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Irlanda … Galway il regno delle ostriche e del pesce fresco

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Galway, Cathair na Gaillimhe in gaelico, è una cittadina cosmopolita, amata da scrittori ed artisti e centro della cultura gaelica e della musica tradizionale che si trova nella omonima Contea.
Una delle sue più famose attrazioni è il Salmon Weir Bridge, un ponte sul fiume Corrib dove da metà aprile ai primi di luglio si possono vedere giornalmente i salmoni che risalgono il fiume per andare a deporre le uova.
La sua maggiore notorietà le viene però per essere la città del Festival delle ostriche, che puntualmente si tiene ogni anno nel mese di settembre quando si possono gustare le prime ostriche della nuova stagione.
La stagione delle ostriche inizia a settembre, poiché la regola vuole che le ostriche siano consumate nei mesi che hanno una “ R “ nel nome quindi da settembre ad aprile.
Durante il Festival grandi scorpacciate di ostriche alla tartara e fiumi di birra Guinness, ma anche gare per decretare il più veloce apritore di ostriche.
McDonaghsAl 22 di quay Street nel cuore della città, poco lontano dall’arco spagnolo che si affaccia sul fiume Corrib e nella zona dei negozi, dei pub e dei ristoranti troviamo McDONAGH’S of Ireland un locale tipico dove dal lontano 1902 si mangia e si compra pesce freschissimo.
McDONAGH’S fino ad una decina d’anni fa era aperto già di prima mattina come pescheria, mentre ora è unicamente una friggitoria dove si serve il classico “ fish & chips “ e un ristorante; ma vediamo come lo si può usare al meglio, chiarendo subito che McDONAGH’S è un posto alla buona, paragonabile alle nostre osterie e trattorie in cui l’oste pensa ancora prima di tutto a farci mangiare bene.
Quindi chi cerca un locale alla moda, dove mangiare la cosina o la cosetta sbaglia indirizzo, qui si mangia per davvero e può succedere che ci si sporchi pure d’olio.
Alle 12 apre la friggitoria che rimane aperta fino alle 23, dove si può consumare uno spuntino o un pasto veloce a base di pesce freschissimo.
McDonaghs6Al banco della friggitoria appeso al soffitto troverete un gigantesco pesce che contiene in pratica nella pancia il menu del giorno con i relativi prezzi.
Non vi è servizio al tavolo per cui ognuno dovrà ordinare e quindi accomodarsi sui tavoli posti davanti al banco delle ordinazioni.
I piatti sono tutti ovviamente a base di pesce fritto e vi assicuriamo che il merluzzo ed il nasello sono veramente ottimi, così come l’aringa ed il salmone.
La friggitoria fa anche servizio di “ take away “ per cui volendo è possibile acquistare una o più porzioni di pesce fritto da portare via.
Nell’altra metà del locale dietro un parete in legno vi è il ristorante dove dalle 17 alle 22 dal lunedì al sabato si possono gustare i piatti tipici della baia.
La sala non è molto grande per cui molto spesso capita di dover aspettare un posto a lungo, specie dopo le ore 20, quindi se siete in zona già dal mattino è consigliabile prenotare.
McDonaghs5Le pareti sono affrescate con disegni marinareschi che ricordano la baia di Galway, mentre tutt’intorno ai tavoli sono sistemate antiche attrezzature marinare, reti, nattelli e quadri a soggetto.
Il vino come è consuetudine nel nord Europa è carissimo, mentre se volete cenare sorseggiando una pinta di ottima birra Guinness dovete attraversare la strada ed acquistarla nel pub di fronte, in quanto il ristorante non serve birra.
Tra le varie specialità della casa vi consigliamo l’insalata di salmone fresco, la zuppa di pesce che in realtà come tutte le “ soup irlandesi ” è una crema di pesce e viene servita accompagnata dal classico soda bread ( pane nero fatto in casa ) e burro salato, le cozze gratinate servite con il superlativo garlic bread ( pane all’aglio ) che si differenziano dalle nostre per la loro grandezza, e per finire astici e granchi stufati serviti interi con una salsina alle erbette.
Come avrete capito un ristorante da segnare sulla vostra guida di viaggio.

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Lisbona – Sol e Pesca un tuffo nel mare in scatola!

sol7Siamo a Lisbona nell’ex quartiere a luci rosse, Cais do Sodrè e precisamente in Rua Nova do Carvalho dove al civico 44 si trova “ Sol e Pesca “ una sorta di negozio di pesca con tanto di reti, ami e canne da pesca che ti avvolge con centinaia di scatolette di latta che racchiudono al loro interno, pronte per essere consumate: acciughe, sardine, tonno, sgombri, polpo, uova di pesce, merluzzo,baccalà,preparati e conservati attraverso l’utilizzo di differenti intingoli.
Quando pensi alla comida in Portogallo non puoi non pensare al bacalhau, i portoghesi hanno un vero e proprio culto per questo pesce ed infatti te lo ritrovi  in ogni negozio e ristorante in diverse dimensioni e salature, tanto che si dice che ne esistano ben 365 ricette per cucinarlo, una per ogni giorno dell’anno.
Ma il Portogallo è anche il regno delle sardine e delle acciughe in scatola, i ” conserveiras ” locali vista la costante richiesta di pesce in scatola hanno allargato di molto la produzione arrivando a fornire una vasta gamma di prodotti.
Questo minuscolo ed originale ristorantino, con tavolini di legno datati ed ammaccati dal tempo e un pavimento che di passi ne ha visti parecchi vi offre la possibilità di passare una serata un po’ diversa circondati dalle luci soffuse che provengono dalle vetrinette stile vecchia drogheria in cui sono riposte in bella vista le “ scatolette ” che saranno le vere protagoniste della vostra cena.
Fischrestaurant / LissabonDai menu sui tavoli avrete la possibilità di scegliere tra una lista infinita di varietà di cibi in scatola e una volta scelto il vostro “ petisco “ ( stuzzichino ), ve lo vedrete servito magari con una insalatina o dei formaggi locali alle erbe o una torradinha ( pane tostato ) appena scaldata con il burro caldo, il tutto accompagnato da una birra fresca.
I prezzi sono molto contenuti e volendo a fine pasto si può passare in rassegna le vetrinette per fare la dovuta scorta di scatolette da regalare ad amici o parenti al ritorno dal vostro viaggio.
Il titolare del Sol e Pesca, Henrique Vaz Pato ha raccolto in un libro più di cento ricette aventi come base i prodotti contenuti nelle scatolette e nella quarta di copertina del sol13ricettario spicca in bella mostra addirittura la recensione dell’antichef per eccellenza quell’Anthony Bourdain del programma televisivo No Reservation che recita così: “ Il Sol e Pesca presenta un assortimento straordinario di deliziosi prodotti in conserva, una combinazione unica “.
E non c’è da stupirsi se questo localino di tendenza abbia ispirato l’apertura nella stravagante Londra ( in Upper Street a Soho ) del Tincan un ristorante pop-up che basa l’intero suo menu sul pesce in scatola.

Sol e Pesca
Rua Nova do Carvalho, 44
1200-292 Lisbona

Orario di apertura:
Lun – Mer: 12.00 – 2.00
Gio – Sab: 12.00 – 4.00

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Che pizzaa .. sta pizza di Cracco!

In questi giorni sui social si è scatenata la bagarre sulla pizza margherita un po’ esotica e made in Italy lanciata dallo chef Carlo Cracco nel suo nuovo ristorante – bistrot da poco aperto in Galleria a Milano.
La sua rivisitazione della più classica delle pizze italiane ha ottenuto una generale stroncatura sul web da parte dei puristi che ritengono non sia cosa buona e giusta usare per l’impasto farina integrale “Petra 9” con un aggiunta di cereali in modo da creare un disco scuro e croccante a mo’ di biscottino, per non parlare della farcitura realizzata con una salsa di pomodoro San Marzano, densa al punto da sembrare un sugo al ragù con l’aggiunta di pomodorini confit e robuste fette di mozzarella di bufala ‘a crudo’ quasi a trasformarla in una caprese.
A chiudere il cerchio sulla sonora bocciatura tributata allo chef meneghino il prezzo, 16 euro ritenuti dai più uno sproposito per una pizza margherita.
Beh, credo che il prezzo non sia dei più corretti ma siamo nel salotto buono di Milano e mi sembra quanto meno assurdo avere la pretesa di mangiare in Galleria con 10 euro!
Ma la vera eresia è andare a mangiare la pizza da Cracco, se si vuole mangiare una buona pizza fatta a regola d’arte penso che non occorra andare dalla Pizzeria Brandi in   Salita S. Anna di Palazzo a Napoli (dove nel 1889 è nata la pizza margherita) ma in alcune ottime pizzerie di Milano che hanno come mission primaria quella di servire la pizza, quella giusta per intenderci; perché non sono dell’idea che la pizza buona la si mangia solo a Napoli, la si può mangiare ovunque vi sia un pizzaiolo che fa con passione e serietà il suo mestiere.
Chiariti gli aspetti economici del contendere vorrei fare un paio di considerazioni sulla definizione di Chef che nulla ha a che vedere con la parola Cuoco.
Nel corso degli anni lo Chef che notoriamente è il capo della brigata di cucina è diventato sempre più un manager, un business man più attento ai propri introiti derivanti da comparsate in programmi tv o da pubblicità talvolta non in linea con quello che questi soloni dell’arte culinaria dicono quando si ergono a giudici nelle cucine televisive della miriade di programmi tv in cui si parla di cucina h24.
Una per tutte la pubblicità delle patatine San Carlo in cui il buon Cracco recita: ”la cucina ha bisogno di audacia”, beh difficile pensare che le patatine in genere possano essere una cibo da gourmet, ma ancora più triste è il vedere dove sia finito uno chef che agli inizi del suo viaggio per fare il figo usava lo scalogno!
Questi manager per stare a galla hanno la necessità di fare sempre e comunque notizia, è il caso dell’amatriciana con aglio dello stesso Cracco o del pesto di Bottura preparato con l’aggiunta di prezzemolo, menta e servito con l’accompagnamento di qualche fogliolina di lavanda.
Sono nato fisicamente nella cucina del ristorante di famiglia dove mio nonno faceva l’artista e credo che esista in tutto ciò che è arte un confine, una linea sottile che quando viene superata trasforma la creatività in una sorta di deturpazione.
Ma tornando alla pizza di Cracco, c’era veramente bisogno di inserire nel menu anche la pizza, anche se solo nel bistrot, in un ristorante stellato (quest’anno per la cronaca ne ha persa una) che presenta un menu degustazione a 190 euro, o una tagliatella di tuorlo marinato “panna prosciutto e piselli” a 36 euro, per non parlare delle noci di capesante dorate, ceci e lardo di Spigaroli all’artemisia a 48 euro, o del vitello alla milanese patata alle olive e maionese di pomodoro a 48 euro, e giusto per finire una crema bruciata al tè bergamotto, mandarini fondenti e noci di pecan a 36 euro.
La pizza ormai la si mangia in tutto il mondo e non credo che un turista straniero senta il bisogno impellente di assaggiare la buona pizza italiana in Galleria a Milano, e tantomeno un turista italiano che la trova buona e al giusto prezzo tutto l’anno nella sua città.
Questa pizza made in Cracco è una bella trovata per ottenere pubblicità indiretta e gratis per il nuovo locale, non a caso Oscar Wilde scriveva : There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about”“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.”, per cui niente di meglio per chi si affaccia con una nuova attività sul mercato, parlatene bene o male, ma parlatene!
La vera pizza napoletana di solito cominci a mangiarla già con gli occhi, non appena la portano al tavolo, quella di Cracco mette tristezza solo a vederla!

In these days on social media has been unleashed the brawl on pizza a bit ‘exotic and made in Italy launched by chef Carlo Cracco in his new restaurant – bistro recently opened in the Galleria in Milan.
His reinterpretation of the most classic Italian pizzas has obtained a general cut-off on the web from purists who believe it is not good and right to use for the dough wholemeal flour “Petra 9” with an addition of cereals in order to create a dark and crispy disk like a biscuit, not to mention the filling made with a San Marzano tomato sauce thick to the point of looking like a sauce with meat sauce with the addition of confit tomatoes and robust slices of Bufala mozzarella ‘used raw’ almost to transform it into a “caprese”.
To close the circle on the sound rejection granted to the Milanese chef the price, 16 euros considered by most a blunder for a pizza margherita.
Well, I think that price is not the most correct but we are in the good living room of Milan and it seems to me at least absurd to have the claim to eat in the Gallery with 10 euros!
But the real heresy is going to eat pizza from Cracco, if you want to eat a good pizza made to perfection I think it is not necessary to go to the Pizzeria Brandi in Salita S. Anna di Palazzo in Naples (where pizza margherita was born in 1889) but in some excellent pizzeria in Milan whose primary mission is to serve pizza, the right one to be clear; because I’m not of the idea that good pizza is eaten only in Naples, you can eat it anywhere there is a pizzaiolo (pizza chef) who does his job with passion and seriousness.
Clarify the economic aspects of the dispute I would like to make a couple of considerations on the definition of chef that has nothing to do with the word cook.
Over the years, the chef who is notoriously the head of the kitchen brigade has increasingly become a manager, a business man more attentive to their revenues from appearances in TV programs or advertising sometimes not in line with what these culinary art pundits say when they stand up to judges in the television kitchens of the myriad of TV programs in which we talk about kitchen h24.
One for all the advertising of the fries San Carlo in which the good Cracco plays “The kitchen needs audacity”, It’s hard to think that the fries can usually be gourmet food, but even more sad is seeing where a chef is finished who used the shallot at the beginning of his trip to do the cool!
These managers to stay afloat have the need to always do news, it is the case of amatriciana with garlic of the same Cracco or Bottura pesto prepared with the addition of parsley, mint and served with the accompaniment of a few leaves of lavender.
I was born in the kitchen of the family restaurant where my grandfather was an artist and I believe that there is in everything that art is a border, a thin line that when it is over turns creativity into a kind of disfigurement.
But back to Cracco’s pizza, there was really a need to include pizza in the menu, even if only in the bistro of a starred restaurant (this year just to know it has lost one) that presents a tasting menu at 190 euros, or a marinated egg tagliatella “cream ham and peas” for 36 euros, not to mention the “noci of capesante dorate” , chickpeas and bacon flavored Spigaroli for 48 euros, or Milanese veal, potato with olives and tomato mayonnaise at 48 euros, and just to finish a cream burnt with bergamot tea, dark tangerines and pecans at 36 euros.
The pizza is now eaten all over the world and I don’t think that a foreign tourist feels the urgent need to taste good Italian pizza in the Galleria in Milan, let alone an Italian tourist who finds it good and at the right price all year round in his city.
This pizza made in Cracco is a nice idea to get indirect and free advertising for the new restaurant no coincidence that Oscar Wilde wrote: ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about “, so nothing better for those who start with a new activity in the city, talk about it good or bad, but talk about it.
The real pizza napoletana usually begins to eat it already with the eyes, as soon as they bring it to the table, Cracco’s one puts sadness only to see it!

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Diamo una mano al pesto genovese

Il più classico dei condimenti liguri “ il pesto alla Genovese” che ha portato il sole nei piatti non solo dei liguri ma di tutto il mondo è oggetto di una campagna promozionale lanciata dalla Regione Liguria per sostenere la candidatura di questa antica modalità di preparazione del pesto genovese a Patrimonio Immateriale dell’UNESCO.
La campagna durerà una settimana e i cittadini potranno firmare i moduli a sostegno della candidatura Sabato 17 marzo a Genova in piazza De Ferrari e nei nove Municipi e da domenica 18 marzo in tutti i 233 restanti comuni della Liguria.
Se vi piace il pesto, se lo usate per condire la vostra pasta potete condividere le vostre foto su Instagram utilizzando l’hastag #orgogliopesto non dimenticando di scrivere da quale parte del mondo postate la vostra foto.
E’ un S.O.S. quello lanciato dal pesto genovese,dopo aver portato il sole sulle vostre tavole per tanto tempo ora vi chiede una firma per farlo entrare a imperitura memoria nella storia.

 

Support pesto genovese
The most classic of Ligurian condiments “il pesto alla Genovese” which brought the sun into the dishes not only of the Ligurians but of the whole world is the subject of a promotional campaign launched by the Liguria Region to support the candidacy of this ancient method of preparing “pesto alla Genovese” for UNESCO’s Intangible Heritage.
The campaign will last a week and citizens will be able to sign the forms to support their candidature on Saturday, March 17 at Genoa in Piazza De Ferrari and in the nine Municipalities and from Sunday 18 March in all 233 remaining municipalities of Liguria.
If you like pesto, if you use it to season your pasta you can share your photos on Instagram using the hashtag #orgogliopesto not forgetting to write from which side of the world you post your picture.
It is a S.O.S. the one launched by “pesto alla Genovese” after bringing the sun to your tables for a long time now it asks for a signature to make it enter imperishable memory in history.

Goodbye Adieu à Bocuse

Se ne è andato “monsieur Paul” così ha annunciato poche ore fa ai francesi Gerard Collomb, ministro dell’Interno francese che ha ricordato come Bocuse fosse semplicemente la Francia.
E’ stato uno degli esponenti di spicco della Nouvelle Cousine, e ha mantenuto ininterrottamente dal 1965 le 3 stelle Michelin.
Tra i suoi piatti più memorabili come non ricordare la Spigola in crosta farcita con mousse di astice o la Poularde de Bresse en vessie – il pollo cotto nella vescica di maiale.
Era amico di Gaultiero Marchesi nonostante la sana rivalità che da sempre esiste in tutti i campi con i nostri cugini d’oltralpe.
La grandeur francese però oggi ha segnato un punto a suo favore, è venuto a mancare un grande di Francia e la notizia l’ha data il ministro dell’Interno.

“Monsieur Paul”died as he announced a few hours ago to the French Gerard Collomb, Minister of the Interior who recalled how Bocuse was simply France.
He was one of the leading exponents of the Nouvelle Cousine, and has kept the 3 Michelin stars uninterrupted since 1965.
Among his most memorable dishes do not remember “the sea bass stuffed with lobster mousse” or “the Poularde de Bresse en viesse” – the chicken cooked in the pork bladder.
He was a friend of Gaultiero Marchesi despite the healthy rivalry that has always existed in all fields with our cousins across the Alps.
The French grandeur, however, today scored a point in his favor, a great Frenchman came missing and the Minister of the Interior gave the news.

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E’ sempre tempo di un Irish coffee!

irish11Cosa c’è di meglio che degustare un buon Irish coffee, la tradizionale bevanda irlandese capace di scaldare il nostro animo con il suo sapore deciso e quella cremosità che lo rende inconfondibile!
In Irlanda si dice che per fare un perfetto Irish coffee serva la panna montata “ricca come l’accento irlandese”, il caffè “forte come la mano di un amico” e il whiskey, rigorosamente irlandese, “liscio come lo spirito della terra”.
Ma come è nato l’Irish Coffee?
Era il lontano 1943 e dall’allora aeroporto di Foynes (che verrà poi chiuso nel 1945 per lasciare spazio al nuovo Areoporto Internazionale di Shannon) una notte d’inverno partì un volo con destinazione New York.
A causa delle cattive condizioni del tempo il comandante dell’aereo prese la decisione dopo un paio di ore di volo di fare rientro a Foynes e così venne allertato il personale di terra affinchè ritornasse in aeroporto per accogliere i passeggeri e servire loro cibi e bevande.
Alcuni passeggeri chiesero al barman Joe Sheridan di servire loro qualcosa di molto caldo e Joe che solitamente serviva agli irlandesi tè caldo corretto con whiskey decise di inventare per questi passeggeri americani la bevanda che di lì a pochi anni avrebbe spopolato nel mondo intero.
Prese un bicchiere a stelo, in modo da evidenziare il contrasto dei colori, e vi versò un cucchiaino di zucchero di canna, una buona dose di Wiskey irlandese, caffè nero bollente e uno strato di panna montata irlandese.
Uno dei passeggeri rimasto piacevolmente impressionato dalla bontà della bevanda si avvicinò al barman e gli chiese se avesse usato per prepararla caffè brasiliano e Joe rispose sorridendo “ no, è Irish Coffee“ creando i quel momento il nome di una delle più famose bevande al mondo.
Nel 1952 un giornalista americano del San Francisco Chronicle, Stanton Delaplane, di passaggio dall’aeroporto di Shannon assaggiò l’Irish Coffee di Joe e portò la ricetta al suo bar preferito il Buena Vista del Fisherman’s Wharf di San Francisco.
Esiste una targa di bronzo sul muro esterno del Buena Vista per ricordare che il primo Irish Coffee fu servito lì nel 1952. Oggi in questo bar vengono serviti più di 2000 Irish Coffee al giorno.
Il barman Joe Sheridan nacque nel 1909 a Castelderg nella Contea di Tyrone nell’Irlanda del Nord, primo di sei figli, si trasferì a Dublino dopo la morte del padre per lavorare in un ristorante e quindi nel 1943 accettò il posto di barman nel Lounge dell’aeroporto di Foyes, per proseguire l’attività nell’aeroporto di Shannon quando quello di Foyes venne chiuso.
Nel 1952 emigrò in America dove fu chiamato a ricoprire il ruolo di primo barman al Buena Vista di San Francisco, morì nel 1962 ed è sepolto nel cimitero di Oakland vicino a San Francisco.

Ogni anno nel mese di giugno la cittadina di Foyes nella Contea di Limerick ospita il Festival dedicato a quella che è diventata una delle più famose bevande del mondo “ l’Irish Coffee “.
L’appuntamento più importante dell’intero Festival è il Power Irish Coffee Making Championship che ogni anno decreta tra i numerosi partecipanti chi è il barman capace di creare il “più buon Irish Coffee“ per l’anno in corso.

La ricetta originale dell’Irish Coffee, tratta da Good Food Ireland

  • 25 ml di whiskey irlandese
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna
  • 1 cucchiaio di panna liquida
  • 2 tazzine di espresso
  • acqua calda quanto basta
  • per decorare cacao amaro in polvere e/o un chicco di caffè

visita anche Irish Whiskey Museum

Addio al maestro Gualtiero Marchesi

Gualtiero-MarchesiMourning in the world of Italian cuisine and not only, is died Gualtiero Marchesi.

Se ne è andato Gualtiero Marchesi, un artista nonché un uomo colto, il primo Chef italiano a tre stelle ma anche e soprattutto il “maestro” che ha segnato il prima e il dopo nella storia della cucina italiana.

La sua vita è stata da sempre legata alla gastronomia ed alla cultura del cibo e mai titolo fu più azzeccato di quel “Marchesi si nasce” per il suo libro edito da Rizzoli nel 2012.

Un cuoco che ha saputo primo tra tutti coniugare una visione di cucina totale che si regge non solo sul contenuto ma anche sul contenitore, il cibo, la tavola e il servizio, dove tutti questi elementi concorrono all’esperienza del cibo avendo ben chiare tre regole fondamentali a cui deve attenersi un cuoco: l’onestà, la pulizia, il rispetto.

E’ stato un autentico innovatore che ha reso internazionale la cucina italiana con piatti indimenticabili quali il trittico di piatti usciti nei primi anni ottanta: il riso oro e zafferano inventato nel 1981, il raviolo aperto del 1982, e la seppia al nero del 1983.

Dosson di Casier – 31° edizione della Festa del radicchio rosso

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31-festa-radicchio-dossonDosson di Casier in provincia di Treviso ospiterà dal 27 gennaio al 5 febbraio 2017 la 31° edizione della Festa del radicchio rosso con un programma ricco di attività che vedrà come protagonista in ogni angolo della festa quello che viene anche chiamato “il fiore che si mangia” o “l’aragosta della terra”.
Il radicchio di Treviso, dalla forma più allungata e le foglie affusolate, è il più pregiato, ed è molto gradito dai cuochi migliori che con esso sanno creare ricette molto interessanti   in cui riescono a dare libero sfogo alla loro creatività.
Negli stand gastronomici della festa i cuochi presenteranno durante la manifestazione un ricco ventaglio di menu dedicati all’esaltazione del radicchio rosso facendolo incontrare anche con il cinghiale della Toscana o con la cucina tipica regionale delle Marche.
L’idea di realizzare una Festa del radicchio rosso a Dosson nasce nell’autunno del 1986 con l’intento di valorizzare di più e meglio il radicchio dossonose e viene messa in pratica nel gennaio del 1987 con la prima edizione della festa.
Ma la consacrazione ufficiale del radicchio rosso, come pregiato ortaggio invernale simbolo di Treviso ha origini lontane e avviene per opera di Giuseppe Benzi, un agronomo di origine lombarda trasferitosi nel 1876 a Treviso come insegnante all’istituto tecnico Riccati.
Questo intraprendente agronomo, divenuto responsabile dell’Associazione Agraria Trevigiana, organizzò il 20 dicembre 1900 la prima delle mostre che annualmente la città di Treviso dedicherà alla rossa cicoria proprio sotto la centralissima Loggia di piazza dei Signori.
La mostra accompagnerà l’ultimo secolo della storia di Treviso e verrà interrotta solamente in due occasioni: durante la grande guerra e negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale.
Inoltre a partire dal 1970 alla mostra del capoluogo si aggiungeranno tutta una serie di mostre periferiche (le mostre di Santa Cristina, Preganziol, Zero Branco, Mogliano, Lughignano, Dosson, Rio San Martino di Scorzè, Martellago)   che hanno contribuito in tutti questi anni ad aumentare la valorizzazione di questo ortaggio consacrandone tra l’altro le sue indiscusse qualità gastronomiche.
Tra i piatti che compongono i vari menu presentati nel corso della Festa vanno segnalati:
Strudel alla trevigiana con fonduta di morlacco e croccante di speck
Trancetto di terrina con faraona e radicchio, su insalata di radicchio in “salsa”
Antipasto della marca trevigiana (radicchio all’agro, radicchio in saor, radicchio fritto)
Risotto di radicchio alla dossonese con piccolo stracotto di guancia di manzo e polvere di zucca
Ravioli allo stracotto di radicchio con guanciale di amatrice e tardivo
Risotto al radicchio trevigiano
Polenta morbida e ragù di corte al radicchio
Ravioli con radicchio, guanciale e Morlacco del Grappa
Il “ciavar” salsiccia matta con involtini di verza su crema di zucca gialla
Musetto al radicchio su crema di fagioli e punte di fiore d’inverno alla vinegrette di Digione
Tortelli caserecci al radicchio tardivo padellati con fonduta al morlacco
Guancetta di maialino stufata al radicchio rosso

Per maggiori informazioni:
www.radicchiorossodosson.it

programma2017

Savona – “Vino e Farinata” cambia gestione ma la tradizione continuerà?

Vini Vigna Dogarina

Vino-e-farinata-savona-piccolaLa notizia era rimbalzata per le vie della città da qualche anno ma solo recentemente i tam tam provenienti dai caruggi del centro storico avevano confermato che a breve lo storico locale “Vino e Farinata” di via Pia si apprestava a cambiare gestione.
E così è stato, sabato 20 agosto dopo 37 anni passati a sfornare teglie di farinata con la sua famiglia (le sorelle Angelina e Bruna), Giorgio Del Grande ha detto stop per lasciare ad altri ( sembrerebbe ad alcuni imprenditori savonesi) il non facile compito di continuare la tradizione della “Fainâ de çeixai” e della “Fainà gianca”, quest’ultima tipicamente savonese.
La famiglia Del Grande rilevò nell’aprile del 1979 dalla famiglia Parodi quello che definire un “locale storico” è decisamente riduttivo visto che ai tavoli di questo tempio del gusto hanno trovato posto intere generazioni di savonesi di ogni ceto sociale, personaggi della cultura, dell’arte, dello spettacolo, della politica (uno su tutti l’indimenticato Presidente Sandro Pertini) nonché molti cultori del buon gusto e delle tradizioni ( come non ricordare le SEJANN-E CUNVIVIÄLI dell’Associazione “A Campanassa”).
Ho dei piacevoli ricordi di gioventù legati a questo locale, quando in occasione della tradizionale Processione del Venerdì Santo mi ritrovavo, a sforzo ormai compiuto, con tutti i portatori della cassa a dar fondo ad interminabili serie di cabaret di farinata.
Lo frequentavo già ai tempi della famiglia Parodi quando nel tardo pomeriggio era quasi un’abitudine settimanale per le famiglie passare da “Vino e Farinata” per prendere un cartoccio di farinata appena sfornata da mangiare poi a casa per cena.
A Giorgio Del Grande va riconosciuto il merito di aver saputo fermare il tempo, mantenendo il locale in una sorta di limbo che lo ha reso quasi anacronistico in un mondo che all’esterno viaggia a suon di gigabyte mentre nel locale oggi come allora non vi è la macchina del caffè e tantomeno il telefono.
I savonesi da una vita sanno che bisogna passare a prenotare (in tarda mattina o nel tardo pomeriggio), mentre chi viene da fuori molto spesso fa ricorso al telegramma o i più scaltri hanno trovato il sistema di telefonare a qualche negozio vicino pregando i titolari di fare loro da tramite per la prenotazione.
Certo chi subentrerà nella conduzione avrà la possibilità di dotarsi di telefono e di macchina del caffè ma l’aspetto più importante in assoluto rimane quello di mantenere alta la qualità delle materie prime, peculiarità che da sempre ha contraddistinto questo locale dove si può dire che la crisi sia sempre rimasta fuori dalla porta.
A onor del vero negli ultimi anni si è sentito che in cucina qualcuno percepiva un velo di stanchezza che faceva diventare un piatto squisito mangiato per anni (sardine ripiene, moscardini affogati, insalata di mare, polpo e patate) in un piatto nella norma, senza quel pizzico in più che fa sempre la differenza e si chiama “voglia di cucinare”.
Nulla da dire invece sulla farinata che era e rimane in assoluto la più buona della città con una particolare menzione a quella “bianca” che provata e riprovata rimane sempre e comunque “sublime”, meglio se accompagnata dal mitico vino Nostralino e da una doppia porzione di formagetta e olive taggiasche.
A “Fainà gianca”, quella preparata con farina di frumento, sale, olio extravergine d’oliva ed acqua di fonte è una prerogativa della cucina savonese a tal punto che la sezione savonese dell’Accademia italiana della cucina  ha fatto sancire attraverso un atto notarile l’origine savonese del piatto indicando tra le altre cose alcune regole imprescindibili a cui attenersi scrupolosamente nel momento in cui la si volesse cucinare: ingredienti, metodo di preparazione e cottura, modalità in cui deve essere servita ( ben calda e sempre prima di quella di ceci).
Amaretti-BesioLa farinata di grano è stata inventata dai savonesi agli inizi del’1500 per un motivo di pura necessità quando in seguito alla distruzione di parte del porto di Savona per mano di Andrea Doria, Genova impose un forte dazio sui ceci che in quell’epoca erano una voce molto importante della catena alimentare.
I savonesi avendo difficoltà a sottostare al pagamento di nuovi e più pesanti dazi sui ceci decisero di sostituire la farina di ceci con quella di grano dando vita di fatto alla “Fainà gianca” che viene ancora oggi consumata a Savona e Albissola, contrariamente a quanto avviene per la farinata di ceci presente in tutta la Liguria e nel basso Piemonte.
A “Fainâ de çeixai” al contrario sembra che sia nata per caso nel 1284 quando Genova riuscì a prevalere su Pisa nella battaglia della Meloria.
Le galee genovesi, pregne di una moltitudine di vogatori prigionieri, si trovarono coinvolte in una tempesta durante la quale l’impetuosità delle acque rovesciò alcuni barili d’olio e dei sacchi di ceci che si inzupparono di acqua salata.
I comandanti delle galee fecero recuperare quanto era andato perso e lo consegnarono dentro delle scodelle come pasto ai marinai sotto forma di una purea di ceci e olio.
Molti marinai non vollero mangiare tale poltiglia e la lasciarono nella scodella che sotto il sole cocente il giorno dopo si trasformò in una sorta di frittella.
Vinti dalla fame i marinai assaggiarono la frittella e la trovarono molto buona, per cui rientrati in porto i genovesi memori di quanto avvenuto in mare provarono a cuocere la purea di ceci in forno, assaggiando di fatto la versione primordiale di quella che poi sarebbe diventata la “Fainâ de çeixai”.
I genovesi in allora per deridere gli sconfitti la chiamarono “l’oro di Pisa”.

Buon meritato riposo alla famiglia Del Grande e un in bocca al lupo a chi  subentrerà!

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